07 Mag Il corpo che pensa l’organizzazione — non solo la mente
Immagina di entrare in un ufficio: prima ancora di parlare con qualcuno, il tuo corpo ha già capito se lì si respira apertura o chiusura.
La teoria dell’embodied cognition ci ricorda che non pensiamo “dal collo in su”: il modo in cui percepiamo un’organizzazione passa attraverso sensazioni, posture, micro-gesti, ambienti. Luci, spazi, modalità di incontro, persino il tono della voce nei corridoi influenzano come elaboriamo informazioni, prendiamo decisioni, collaboriamo. Il corpo registra tutto, anche quando la mente è concentrata su mail, report, scadenze.
(Lakoff G. & Johnson M., Philosophy in the Flesh, 1999)
Le ricerche mostrano che contesti che tengono conto della dimensione corporea — movimento, comfort, possibilità di interazione autentica — favoriscono maggiore presenza, creatività, partecipazione. Al contrario, ambienti non flessibili, rumorosi, poco curati possono erodere nel tempo la fiducia e l’engagement, anche se sulla carta “è tutto a posto”. Non si tratta di estetica, ma di coerenza tra ciò che l’organizzazione dichiara e ciò che le persone vivono ogni giorno.
(Varela F., Thompson E., Rosch E., The Embodied Mind, 1991)
Nelle mie facilitazioni, considero il corpo non come un “ospite”, ma come un alleato progettuale: disposizione degli spazi, uso del movimento, tempi di pausa, pratiche di ascolto diventano parte del design dell’esperienza. Questo permette a team e persone di sentire che il loro modo di stare nel lavoro è visto nella sua interezza. È spesso da qui che nasce un cambiamento culturale più stabile, perché tocca il vissuto quotidiano.
(Damasio A., The Feeling of What Happens, 1999)
Se guardi oggi ai tuoi spazi e alle tue routine, che messaggio stanno mandando al corpo tuo e delle persone con cui lavori?
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Nota bio-verbale
Ho usato parole come “alleato”, “cura”, “coerenza”: sostengono una sensazione di possibile accordo tra corpo e contesto. Evito giudizi duri sugli ambienti per non alimentare colpa; preferisco l’immagine dell’ascolto. Il linguaggio invita a osservare, non a condannare.
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