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Giocare con gli dei: le prime iconografie del gioco
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Giocare con gli dei: le prime iconografie del gioco

Giocare con gli dei: le prime iconografie del gioco

Iconografia del gioco

Una pedina tra le mani, e mille anni di domande sul tempo, sul caso e sulle relazioni.

Immagina di avere in mano una pedina di legno, levigata dal tempo. Non sappiamo chi sia stata l’ultima persona a muoverla. Non sappiamo se abbia vinto o perso. Sappiamo però che, in quel momento, stava giocando.

Forse stava passando il tempo. Forse stava chiedendo qualcosa al destino. Forse stava allenando la mente, le mani, la pazienza. In questo primo articolo del ciclo “Iconografia del gioco” ti accompagno in un viaggio nelle tracce più antiche del giocare: tavolieri, dadi, immagini di corpi e infanzie che ci parlano ancora, in silenzio.

Tavolieri che raccontano attraversamenti

Molto prima che il gioco arrivasse in scatola, esistevano tavole incise, segni e caselle. Una superficie di legno o di pietra poteva diventare una piccola mappa di possibilità.

In Egitto, per esempio, il Senet era un gioco a percorsi: una griglia di caselle, pedine da spostare, bastoncini o dadi per determinare i movimenti. Il tavoliere compare nelle case, ma anche nelle tombe, come se quel percorso restasse rilevante anche oltre la vita quotidiana.

Per molti studiosi, il disegno del Senet può rappresentare un viaggio verso l’aldilà, con caselle collegate a passaggi simbolici. Ogni mossa è un piccolo passo, ogni casella un tratto di strada da attraversare.

Che cosa significa allora “andare avanti” in un gioco così? Forse significa fare spazio all’idea che certi passaggi non dipendano solo da noi, e che possiamo comunque restare nel movimento, un passo alla volta.

Il Royal Game of Ur, in Mesopotamia, propone un percorso diverso ma una logica simile: una linea da attraversare, pedine che avanzano, dadi speciali che decidono quanto e quando. Nel gioco, il tempo prende forma: c’è un prima e un dopo, un inizio e una soglia di arrivo.

Quando aspetti il tuo turno, il tempo si allunga. Quando avanzi di molto, il tempo sembra correre. Il tavoliere, in fondo, è una piccola mappa del tempo che impariamo a percorrere insieme agli altri.

Dadi, astragali e piccoli rischi quotidiani

Un altro gesto antico, molto familiare, è quello di lanciare qualcosa. Lasciare che un oggetto esca dalla nostra mano e cada, decidendo per noi un esito.

Prima dei dadi in legno o in osso come li conosciamo, molte culture usavano gli astragali, piccoli ossi di animale con facce diverse, per giocare o per fare sorteggi. Lo stesso oggetto poteva servire per un gioco fra bambini, per prendere decisioni di gruppo o per porre una domanda al mondo.

Lanciare un dado è un gesto semplice, ma racchiude un movimento interiore: in quell’istante stiamo affidando qualcosa a ciò che non controlliamo. Non è necessario pensare al “rischio” come a una minaccia; possiamo vederlo come un allenamento gentile all’incertezza.

Mentre aspettiamo che il dado si fermi, possiamo notare che cosa succede dentro di noi: anticipazioni, desideri, forse un po’ di tensione. E osservare come scegliamo di rispondere al risultato, qualunque esso sia.

In un percorso di gruppo, questo gesto può diventare uno strumento: per distribuire la parola, per scegliere da dove iniziare, per accogliere l’idea che non tutto debba essere previsto e controllato in anticipo.

Corpi in gioco: gare, misure, relazioni

Nelle immagini dell’antica Grecia e di Roma, il gioco non è solo tavoliere: è anche corpo. Vasi, rilievi e affreschi mostrano gare atletiche, corse, salti, lotte, corse con le bighe.

Sono giochi regolati: ci sono ruoli, regole, un pubblico che guarda. Il corpo è chiamato a misurarsi con se stesso, con gli altri, con lo spazio e con il tempo di una prova.

In questi contesti il gioco mette in relazione il corpo con i propri limiti, la persona con il gruppo, la fatica con la gioia di esserci. Non si tratta solo di vincere: si tratta di sperimentare una misura, scoprire quanto corro, quanto respiro, quanto spazio occupo, quanto mi fido degli altri.

Il corpo che gioca non è obbligato a dimostrare qualcosa, ma è invitato a conoscersi. A sentire che cosa accade quando attraversa un percorso, quando incontra un’altra persona, quando un gesto si ripete più volte e trova un proprio ritmo.

Infanzie antiche: giocattoli, mani, sguardi

Le infanzie del passato non sono le nostre, e non abbiamo bisogno di idealizzarle. Possiamo però ascoltare ciò che le immagini ci mostrano, con uno sguardo attento e curioso.

In alcune ceramiche ateniesi e in rilievi romani compaiono bambini che giocano con palle, carrellini, animali giocattolo. Qualcuno ha pensato e costruito quegli oggetti, qualcuno li ha messi nelle mani di un bambino.

Queste immagini ci parlano di tempi dedicati al gioco, di spazi in cui muoversi, di idee di cura e di crescita. Un piccolo oggetto può diventare una proposta di esperienza, un modo per dire: “immagino per te questo tipo di gioco”.

Guardare questi dettagli oggi può trasformarsi in un invito a chiederci quali giochi offriamo a bambine e bambini nei nostri contesti, che tipo di esperienze permettono, quali gesti e relazioni rendono possibili. Non per giudicare, ma per vedere con più consapevolezza.

Un filo che arriva fino a oggi

Muovere una pedina. Lanciare un dado. Correre in cerchio. Sorridere mentre si gioca. Molti gesti che vediamo sulle tavole antiche o nei vasi sopravvivono nelle nostre mani, nelle nostre case, nei nostri spazi di lavoro.

Quando giochiamo, entriamo in una sorta di conversazione silenziosa con chi è venuto prima di noi. Non sappiamo che cosa chiedessero gli altri al gioco, ma possiamo chiederci che cosa stiamo cercando noi, oggi, quando proponiamo o accettiamo un gioco.

Forse stiamo cercando uno spazio più leggero, un tempo per fare pratica con l’incertezza, un modo diverso di stare con le altre persone, una soglia per iniziare a parlare. Il gioco può diventare tutto questo, se lo trattiamo come un linguaggio e non solo come una pausa.

Questa serie su iconografia del gioco nasce proprio da qui: dalla sensazione che segni, oggetti e immagini possano ancora accompagnarci quando progettiamo incontri, percorsi, formazioni, momenti di lavoro.

Un invito a partire da dove sei

Se ti va, puoi fare un esperimento semplice: osserva uno dei giochi che hai già vicino a te – in casa, al lavoro, in uno spazio educativo – e chiediti che tipo di gesto chiede, che tipo di relazione apre, che narrazione suggerisce sul tempo e sul caso.

A partire da lì, puoi iniziare a ripensare come usi il gioco nei tuoi percorsi: come soglia, come allenamento gentile all’incertezza, come spazio di incontro.

Se desideri progettare percorsi in cui il gioco diventa parte consapevole del modo in cui una comunità lavora, impara o si racconta, possiamo farlo insieme.

📩 Scrivimi per esplorare da dove iniziare:
elena@lunaitinerante.it · 344 017 0573

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