09 Apr Quando abbiamo deciso che la testa valeva più del corpo — e cosa abbiamo perso
Immagina una giornata passata quasi interamente davanti a uno schermo, e chiediti: dov’era il resto di te mentre lavoravi?
Con Cartesio si afferma una separazione netta tra mente e corpo, utile a certi sviluppi scientifici, non nelle sue conseguenze quotidiane. Nel tempo, questo dualismo ha favorito l’idea che pensare “bene” significhi quasi dimenticare il corpo, considerarlo un dettaglio da gestire solo quando si ferma. Nelle organizzazioni questo si traduce in ritmi che onorano l’efficienza cognitiva ma trascurano segnali come stanchezza, tensione, calo di presenza.
(Cartesio, Discorso sul Metodo, 1637)
Le neuroscienze dell’embodiment mostrano invece che i nostri processi mentali sono profondamente radicati nell’esperienza corporea. Il modo in cui ci muoviamo, respiriamo, gesticoliamo influenza la memoria, l’attenzione, la capacità di prendere decisioni complesse. Non è solo una questione di “benessere”: è qualità del pensiero. Un corpo escluso dalla scena lavora comunque, ma lo fa in sottofondo, spesso in disaccordo con ciò che vorremmo.
(Damasio A., L’errore di Cartesio, 1994)
Autori come Varela, Thompson e Rosch hanno parlato di mente incarnata; anche la fisica contemporanea ci invita a ripensare la separazione netta tra osservatore e realtà. Pratiche esperienziali che reintegrano corpo e mente nel processo decisionale non sono un lusso: sono un aggiornamento necessario del modo in cui lavoriamo. Creare momenti in cui il corpo è invitato a partecipare — attraverso movimento, uso delle mani, ascolto del respiro — permette a decisioni e idee di poggiare su una base più ampia.
(Varela F., Thompson E., Rosch E., The Embodied Mind, 1991)
Come cambierebbero le tue giornate se trattassi il corpo non come un “mezzo di trasporto della testa”, ma come una parte attiva del tuo modo di pensare e lavorare?
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Nota bio-verbale
Ho privilegiato parole come “integrare”, “partecipare”, “base ampia”: creano un senso di allargamento invece che di giudizio. Il linguaggio può diventare un invito gentile a rientrare in contatto con sé.
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