23 Giu Il ruolo che indossiamo
Ogni mattina, prima ancora di arrivare al lavoro, iniziamo a indossare qualcosa. Non solo i vestiti. Indossiamo un modo di presentarci, un tono, un’aspettativa su noi stessi. Il ruolo che occupiamo — manager, tecnico, coordinatore, imprenditore — diventa una seconda pelle che a volte sentiamo aderente, a volte stretta, a volte troppo larga.
La criticità non è avere un ruolo. La criticità nasce quando il ruolo smette di essere qualcosa che si fa e diventa qualcosa che si è.
Il ruolo è una funzione, non un’identità.
Quando ci identifichiamo completamente con il ruolo, succedono cose interessanti. Non si riesce più a ricevere un feedback sul lavoro senza sentirlo come un giudizio sulla persona. Non si riesce a delegare senza sentirsi svuotati. Non si riesce a cambiare posizione in un’organizzazione senza sentire che si sta perdendo qualcosa di sé.
Il ruolo, invece, è qualcosa che si serve — non qualcosa che si subisce. E la persona che lo abita porta sempre qualcosa di suo, qualcosa che non sta nel mansionario, qualcosa che nessun organigramma può descrivere.
Lavorare su questa distinzione — tra ciò che si fa e ciò che si è — è una delle opere più preziose e meno frequenti nelle organizzazioni. Richiede spazio, ascolto e la disponibilità a incontrare la persona prima del ruolo.
C’è qualcosa di te che il tuo ruolo attuale non riesce a esprimere?
Non si tratta di cambiare lavoro. Si tratta di capire quanto spazio c’è — o potrebbe esserci — per essere interi anche dentro ciò che si fa.
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