16 Giu Il confine che nutre
Dire no è diventato un atto quasi sovversivo. In un’epoca in cui la disponibilità è percepita come virtù, fermarsi, ridefinire, tracciare un confine sembra quasi un fallimento. Eppure i confini non tolgono energia. La proteggono.
Un confine non è un muro. È una membrana: lascia passare ciò che nutre e trattiene ciò che non è necessario. E sa, con intelligenza, fare la differenza.
I confini sono la forma che prende la cura di sé.
Nelle organizzazioni, la mancanza di confini è spesso celebrata come dedizione. Ma la persona che non ha confini non è più produttiva: è semplicemente più vulnerabile. Prima o poi arriva il momento in cui non c’è più nulla da dare, perché non si è mai fermata a ricevere.
Questo vale per i singoli. Vale anche per i team. Un gruppo che non ha confini interni — che non sa distinguere le responsabilità, i ruoli, le energie di ciascuno — tende a consumarsi su se stesso.
Imparare a tracciare confini sani richiede consapevolezza, ma anche pratica. Richiede di sapere dove finisce il proprio territorio e dove inizia quello degli altri. Richiede di poter dire “questo non è per me” senza sentirsi in colpa, e “questo è mio” senza doverlo difendere.
C’è qualcosa che stai facendo nel tuo lavoro che non ti appartiene davvero? Qualcosa che stai portando senza che sia stato scelto?
Non per smettere di farlo adesso. Ma per cominciare a vederlo.
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